Cultura della sicurezza e fattore umano: educare alla percezione del rischio


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Dott.ssa Di Pietro Mariangela1
1 Laurea in Tecnica della Prevenzione nell’Ambiente e nei Luoghi di Lavoro, occupata presso Studio tecnico di consulenza e formazione in materia di sicurezza sul lavoro

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Pubblication Date: 2020-05
Printed on: Volume 2, Special Issue - HSE Symposium 2019

INTRODUZIONE

L’Italia rappresenta la terza potenza agricola dell’Unione Europea[1], difatti questo settore occupa un ruolo fondamentale nell’economia del nostro paese grazie alle eccellenze delle proprie produzioni orto-frutticole e zootecniche, che fanno del settore agroalimentare uno dei più rilevanti comparti del “Made in Italy”.
Questi risultati sono stati raggiunti grazie ad una continua opera di innovazione che si fonda sul valore delle produzioni locali tradizionali e su un sistema di controlli e certificazioni di prodotto. Tuttavia tale comparto è caratterizzato da una serie di problematiche che affondano le proprie radici nel passato e da altre che derivano dalle trasformazioni produttive e tecnologiche degli ultimi decenni.
Il settore detiene il primato per il numero di denunce di infortunio a livello nazionale: nel 2017, per la gestione Agricoltura, risultano pervenute all’INAIL oltre 34.000 denunce d’infortunio, inoltre sono state protocollate un numero di malattie professionali, pari a 11.286, mentre il dato 2016 era di 12.569 (il più alto di sempre)[2].

LA SOGGETTIVITÀ NELLA PERCEZIONE DEL RISCHIO

La celebre fotografia Lunch atop Skyscaper, “pranzo in cima a un grattacielo”, scattata da Charle C. Ebbets nel 1932 durante la costruzione del GE Building del Rockefeller Center, mostra undici lavoratori seduti su una trave di acciaio a centinaia di metri sopra New York City. Ciò che colpiva e che colpisce tuttora, è l’assoluta tranquillità con cui essi consumavano il proprio pranzo a quella vertiginosa altezza. Eppure già nel 1932 la foto suscitò scalpore, infatti, fu pubblicata sull’Herald Tribune, insieme ad un articolo in cui si contestava la totale mancanza di adozione di dispositivi di protezione o misure di sicurezza. Si può desumere, allora, che quei lavoratori si mostrassero imperturbabili in quel contesto visibilmente pericoloso, perché probabilmente essi non ritenevano pericolosa la situazione in cui si trovavano e quindi non percepivano correttamente il rischio a cui erano esposti.
Ciò delinea l’importanza di focalizzare l’attenzione su tutte le variabili ed i fattori, non solo oggettivi, ma anche soggettivi, che condizionano ed orientano i comportamenti.
Accanto ai concetti di pericolo (ciò che ha un potenziale dannoso) e gravità (cioè la magnitudo dell’evento), grazie alla teoria psicologica sulla percezione del rischio, oggi possiamo affermare che le azioni ed i comportamenti non dipendono dalla realtà oggettiva, bensì dall’interazione da parte del singolo individuo con una determinata situazione. Difatti gli approcci più recenti verso quella che viene definita la terza era della sicurezza, la pongono in relazione con variabili psicologiche, psicosociali ed organizzative[3]. Una corretta percezione dei rischi è fondamentale affinché i lavoratori applichino adeguati comportamenti volti a ridurre le conseguenze negative derivanti dall’esposizione ad un fattore di rischio e alla volontà di raggiungere tali risultati[4].

OBIETTIVI

Numerose analisi[5] hanno evidenziato come in ambito lavorativo la percezione del rischio sia un fattore in grado di influenzare il rischio di infortuni e malattie professionali. Nonostante ciò, ad oggi, sono pochi gli studi scientifici condotti sulla relazione che intercorre tra rischio percepito e incidenza di infortuni e tecnopatie[6].
La percezione del rischio viene definita come un «processo sensoriale che attiva un processo valutativo, a cui consegue un comportamento[7]». In particolare la probabilità di incorrere in un infortunio è dato dall’interazione tra: le caratteristiche personali del lavoratore, il livello oggettivo di rischio della mansione, l’organizzazione del lavoro, senza prescindere dal considerare il contesto sociale, economico e culturale di riferimento[8]. Le variabili in grado di influenzare il rischio sono molteplici, perciò risulta fondamentale indagare sui fattori che ostacolano l’applicazione di comportamenti lavorativi atti a garantire le norme di sicurezza[9].
Questa ricerca nasce, perciò, dall’ idea di indagare sull’ importanza che i fattori, non sono oggetti ma anche soggettivi, assumono nella gestione della sicurezza.
L’auspicio è di promuovere l’utilizzo del formulario e la creazione di una banca dati, utile per mettere appunto strumenti comunicativi efficaci ed applicare modelli di informazione, formazione e addestramento specifici per i lavoratori. Il fine è di ridurre in termini di numerosità e gravità il fenomeno infortunistico e tecnopatico.

STRUMENTI UTILIZZATI

Hanno partecipato alla ricerca, tra gennaio e settembre 2015, 100 donne operanti in piccole e medie aziende agricole a conduzione familiare, in provincia di Avellino.
Per misurare statisticamente il rischio percepito ho elaborato un questionario su misura per la popolazione di riferimento, composto da 35 domande e articolato in 4 aree tematiche. Le principali variabili che ho analizzato sono:

  • socio-demografiche (sesso, età, livello di istruzione, livello di reddito);
  • variabili correlate al lavoro (fattori di rischio, mansione lavorativa, conoscenza del rischio, ripetitività della mansione, possibilità di controllo sul lavoro, dispositivi di protezione individuale, infortuni e malattie professionali);
  • variabili individuali (competenza acquisita, soddisfazione al lavoro, gestibilità del rischio, accettazione del rischio, infortuni subiti, convinzioni individuali, stato di salute);
  • variabili organizzative (cultura della sicurezza, organizzazione del lavoro).

DATI

I risultati dell’indagine, di seguito discussi, possono ritenersi indicativi e utili per stabilire un’associazione tra il rischio percepito e le variabili analizzate.
Età, utilizzo di dispositivi di protezione individuale e infortuni subiti: il 45% delle partecipanti ha un’età compresa tra i 18 e i 49 anni, il restante 55% appartiene alla fascia d’età 50-over 69. Il 43% delle lavoratrici dichiara di non utilizzare dispositivi di protezione individuale perché rallentano il lavoro, la prevalenza è maggiore nelle fasce d’età medio-alte (50-over 69).
La conseguenza diretta è un’elevata incidenza di infortuni subiti, che risulta del 60%.
Stato di salute e anzianità lavorativa: cattive condizioni di salute determinano una bassa percezione dei rischi[10]. Il 100% delle agricoltrici intervistate afferma che l’attività lavorativa svolta, influenzi il proprio stato di salute. In particolare il 53% dichiara un’influenza di tipo negativo, il restante 47% un’influenza sia positiva che negativa.
Conoscenza dei rischi e anzianità lavorativa: L’anzianità lavorativa ovvero l’esperienza professionale maturata nella mansione determina il fenomeno dell’overconfidence. Si tratta di un’eccessiva fiducia nei propri mezzi e rientra a pieno titolo fra le trappole comportamentali. I risultati confermano il fenomeno nel 100% delle donne nella fascia d’età 50- over 69 anni, e che lavorano in azienda da più di 25 anni.
Esse, infatti, affermano di avere una buona conoscenza dei rischi inerenti la propria mansione.
Organizzazione del lavoro e ore di lavoro: Oltre alle ore di lavoro anche le mansioni di tipo diverso influiscono in maniera negativa sul rischio percepito[11]. Il 99% delle agricoltrici intervistate svolge un’attività di tipo giornaliero, il 75% riporta di lavorare più di 8 ore al giorno e di svolgere vari tipi di mansioni.
Consapevolezza del rischio ed età: le intervistate nella fascia d’età 18-49 anni attribuiscono il motivo di infortuni: alla scarsa conoscenza, alla fretta e alla stanchezza; mentre le lavoratrici oltre i 50 anni ascrivono come causa di incidenti la fatalità/casualità.
Queste ultime non hanno una corretta consapevolezza dei motivi per cui si verificano incidenti e di conseguenza sono più propense a commetterli.
Percezione infortuni e malattie professionali: Il 76% delle lavoratrici considera il proprio lavoro come possibile fonte di infortuni, si tratta di donne giovani con un buon livello d’istruzione e che hanno subito almeno un infortunio. Il 60% delle intervistate ha subito un infortunio durante lo svolgimento dell’attività agricola ciò ha influito in modo evidente sulla considerazione che la loro attività possa esporle a tale tipo di rischio. L’80% delle intervistate riporta come bassa o assente la possibilità di contrarre una malattia legata al lavoro o non comprende il significato del termine.
Sono emerse evidenti difficoltà di giudizio associati ai rischi reiterati nel tempo, da cui deriva la tendenza a sottostimare il rischio di sviluppare una tecnopatia.
Formazione ed età: il 68 % delle lavoratrici intervistate riporta di non aver mai partecipato a corsi di formazione, di queste la quasi totalità appartiene alla fascia d’età 35- over 69 anni. Solo il 32% delle agricoltrici ha effettuato attività formative sui temi della prevenzione e della sicurezza in agricoltura, tale percentuale risulta maggiore tra le donne più giovani (18-34 anni).
Lavoro in azienda e cura della famiglia: il 57% delle intervistate afferma di avere un carico di lavoro eccessivo all’interno della propria impresa e di sentirsi sovraccaricata dal doppio carico di lavoro famigliaazienda.
Emerge inoltre monotonia e soprattutto i ritmi eccessivi lamentati dal 65% delle lavoratrici.
Dai dati raccolti è emerso che i rischi sono percepiti in maniera maggiore dalle lavoratrici più giovani, con un livello d’istruzione medio-alto, e che hanno partecipato a corsi di formazione. Al contrario le donne in fascia d’età 50- over 69 sottovalutano alcune situazioni pericolose connesse alle attività lavorative svolte.
Inoltre l’esperienza lavorativa ed il tipo di mansione esercitata può portare, come evidenziato, a sottostimare la pericolosità dei rischi presenti in ambiente lavorativo. Un altro fattore rilevante è l’esperienza di infortuni pregressi, vissuti in maniera diretta o indiretta, infatti si rileva, che l’essere incorsi o l’avervi assistito, determina una maggiore percezione del rischio.

CONCLUSIONI

Il fattore umano è spesso sottovalutato nonostante l’Ergonomia e la normativa vigente ne confermino l’importanza per la gestione della sicurezza nei luoghi di lavoro. Difatti all’interno dell’ordinamento giuridico non si ravvisano strumenti di valutazione dei comportamenti umani, che come ampiamente dimostrato rappresentano una possibile causa o concausa determinanti del verificarsi di un evento dannoso. L’analisi dei dati evidenzia che ogni realtà aziendale è differente, infatti si compone di molteplici fattori che possono favorire un evento avverso. Bisogna chiedersi allora, se le organizzazioni hanno previsto una risposta a questo tipo di rischi, se sono in grado di individuare i lavoratori più predisposti o vulnerabili a questi fattori, e soprattutto se vengono tenuti in considerazione quando viene effettuata la valutazione del rischio.
Per costruire una cultura della sicurezza, capace di indirizzare i comportamenti, dal punto di vista metodologico ed operativo, occorre adoperare metodi di formazione il cui fulcro sia il cambiamento personale dei lavoratori, che superi gli obbiettivi della formazione in termini di scurezza legati al saper fare e al sapere, ma che agisca sull’essere ed il saper essere.
Tra gli obbiettivi cardine della ricerca, infatti, figura la valorizzazione del capitale umano e di tutte quelle risorse intangibili come conoscenze, competenze, saper individuale e collettivo.
In conclusione il formulario rappresenta un valido strumento per:

  • realizzare una migliore valutazione del rischio, inserendo e valutando l’human factor al pari di un qualsiasi altro fattore di rischio;
  • assicurare una prevenzione più efficiente ed efficace;
  • garantire una formazione, informazione e addestramento su misura per il lavoratore.

References

  1. Inail (2017) Agricoltura: salute e sicurezza sul lavoro a 100 anni dall’introduzione della tutela assicurativa
  2. P. Clerici, A. Guercio, N. Todaro, Il fattore umano: tecniche di analisi, soluzioni, prospettive
  3. Douglas M. (1991) Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio, Milano, Feltrinelli.
  4. Zippo G. (2010) Gli infortuni professionali e la loro prevenzione: la percezione del rischio occupazionale nei lavoratori.
  5. Snyder K. (2004) “Risk perception and resource security for female agricultural workers”, Socioeconomic Aspects of Human Behavioral Ecology (Research in Economic Anthropology vol. 23)
  6. Fabrizio De Pasquale, Gianluca Favero, Davide Ferrari, Patriziomaria Gobba, Federico Ricci, Giulia Bravo, Alessia Madeddu, Sergio Saddu, Percezione e rappresentazione del rischio in edilizia Studio e analisi di gruppi di lavoratori di diverse nazionalità e culture (vol.2), Modena, Settembre 2012
  7. Tesi di laurea: Indagine sulla percezione del rischio delle donne nel settore agricolo, Di Pietro Mariangela (2014-2015)
  8. Dekker S. (2002) “Reconstructing human contributions to accidents: the new view on error and performance”, Journal of Safety Research, 33(3), pp. 371-385.
  9. Eurostat – Statistiche europee anno 2015
  10. Dati Inail (Marzo 2018) L’agricoltura in Europa e in Italia
  11. Dembe, Erickson, Delbos (2004) The impact of overtime and long work hours on occupational injuries and illnesses: new evidence from the United States

Notes

  • [1] Eurostat 2015
  • [2] INAIL 2019
  • [3] Hale e Hovden 1998
  • [4] Aizen 2005
  • [5] Arbuthnot 1977; Laurence 1974; Preston 1983, Rundmo 1992; Stewart-Taylor e Cherries 1998
  • [6] Zippo 2010
  • [7] Ingrosso 2010
  • [8] Dembe, Erickson, Delbos (2004)
  • [9] Dekker 2002
  • [10] Snyder 2004
  • [11] Flin et al., 1996